Il Prof. Gabriele Antonini, intervistato da Laura Berti, conduttrice della trasmissione “TG2 Medicina 33“, sulla “Disfunzione Erettile dopo chirurgia oncologica della prostata”.

RomaLunedì 2 gennaio 2017. I problemi di disfunzione erettile riguardano principalmente gli operati di carcinoma alla prostata, ma anche chi ha subito interventi del colon-retto e i pazienti affetti da diabete. Il deficit erettile può essere più o meno importante, a seconda delle micro-lesioni vascolari riportate. Una volta superato l’aspetto oncologico, ci si deve soffermare sull’aspetto psicologico e sulla vita sessuale del paziente.

Il Prof. Antonini durante la trasmissione del TG2 Medicina 33

Il Prof. Antonini durante la trasmissione del TG2 Medicina 33

In linea di massima gli operati di carcinoma alla prostata sono sopra i 60 anni, anche se la diagnosi precoce grazie all’introduzione del PSA permette di individuare il tumore anche intorno ai 50 anni. Tutto questo non significa però che si debba, una volta superata la malattia, rinunciare a una vita sessuale attiva e soddisfacente, che dà benessere psico-fisico ed energia anche per gestire la malattia. La riabilitazione post chirurgica prevede l’utilizzo di medicinali orali come il sildenafil e il tadalafil, che però non garantiscono una totale ripresa dell’attività sessuale.

Antonini in sala regia del TG2 – Medicina 33

Anzi, il più delle volte si dimostrano inefficaci. In questi casi, l’unica soluzione terapeutica risulta quindi essere l’impianto di un dispositivo endocavernoso che riporti al perfetto funzionamento l’organo sessuale. L’innovazione sta tutta nella tecnica utilizzata per posizionare l’impianto: si effettua una incisione infrapubica alla base del pene di appena 2 cm per l’impianto delle protesi peniena idraulica. L’intervento dura venti minuti, contro i 50 minuti di quello tradizionale. A tutto beneficio del dolore post operatorio, che è quasi inesistente, e del rischio di infezioni che diminuisce considerevolmente ed è prossimo allo zero per cento.

Antonini insieme a Laura Berti, conduttrice di Medicina 33

Occorre accettare il problema. Molti pazienti rinunciano a una vita sessuale attiva perché il pensiero di impiantare una protesi peniena è vissuto come un deficit e una menomazione. Nell’immaginario comune si crede che il dispositivo endocavernoso sia un qualcosa di esterno all’organismo, con la famosa pompetta visibile a occhio nudo. Al contrario questo tipo di impianto è interno all’organismo e del tutto invisibile e consente di avere una turgidità del pene pari a quella di un ragazzo di 20 anni. Dovrebbe per questo motivo essere paragonato per l’utilità sulla qualità di vita a una protesi dell’anca o a una valvola cardiaca.

La patologia oncologica ruba giustamente del tempo allo specialista che nella stragrande maggioranza dei casi, dopo aver brillantemente risolto il problema di base, tralascia la qualità di vita sessuale creando nel paziente un profondo stato di depressione e frustrazione.L’urologo dovrebbe essere completamente dedicato all’andrologia, per potere instaurare un rapporto di amicizia e di confidenza con il paziente, creando una empatia tra le parti e per permettergli di aprirsi e di affrontare in serenità sia la fase chirurgica sia la fase successiva del follow up.