Comportamento sessuale, rischio di infezione da HIV: Il ruolo del Microbiota Intestinale.

comportamenti_sessuali_antoniniurology2Un gruppo di ricerca  composto da Brent Palmer, professore associato di medicina nel dipartimento di immunologia clinica della CU School of Medicine, e da Sam X. Li e Chaterine Lozupone dottori di ricerca presso l’Università del Colorado Anschutz Medical Campus, ha cercato di capire l’impatto sul rischio di infezione da HIV  indagando se le abitudini sessuali di una persona possano essere influenzare la composizione batterica del microbiota e di conseguenza  il sistema immunitario che ne consegue, aumentando potenzialmente il rischio di infezione da HIV.

Nello studio viene però indagato il ruolo del microbiota come mediatore tra i differenti comportamenti sessuali e l’attivazione delle cellule T associate al rischio di trasmissione dell’ HIV.

Negli ultimi anni è stato riconosciuto l’importante ruolo ricoperto dal microbiota nel guidare e modellare il sistema immunitario. Recenti studi hanno indagato le differenze di microbiomi presenti in gruppi di uomini che hanno avuto rapporti sessuali con altri uomini (MSM) piuttosto che i microbiomi di uomini che hanno rapporti sessuali con donne (MSW) (Noguera-Julian, 2016; Armstrong et al., 2018).

I partecipanti di questo studio erano 35 uomini sani (divisi in gruppo di uomini che hanno avuto rapporti sessuali con uomini ed in uomini che hanno avuto rapporti sessuali con donne). Campioni di feci dei partecipanti sono stati trapiantati in soggetti animali (topi). I topi  riceventi i campioni di feci degli uomini che hanno avuto rapporti con uomini hanno mostrato una maggiore evidenza di attivazione delle cellule T CD4 +, le quali, qualora essi fossero stati soggetti umani, li metterebbero effettivamente a rischio più elevato di infezione da HIV.

Microbiota e rischio trasmissione HIV: il ruolo fondamentale del microbiota

Tali risultati forniscono evidenza del diretto collegamento tra composizione del microbiota e attivazione immunitaria rispetto all’HIV degli uomini che hanno rapporti con altri uomini. Tali risultati forniscono inoltre una base per indagare il microbioma intestinale come fattore di rischio per la trasmissione e infezione da HIV – questo è quanto sostiene l’autore senior dello studio, Brent Palmer.

Comprendere meglio la strutturazione del microbiota si riscopre passaggio importante, in quanto, potendo influenzare direttamente il sistema immunitario, esso favorisce un maggiore rischio di infezione, con ulteriori studi si dovrebbero comprendere le modalità di funzionamento del processo.

Inoltre, gli autori ipotizzano che una serie di altri comportamenti, tra cui una particolare dieta, possano favorire l’infiammazione ed attivare le cellule T, ma il tutto risulta ancora da indagare in futuri studi.

HIV e microbiota

 Come già piu’ volte asserito Il microbiota umano è diventato recentemente oggetto di grande interesse per la comunità scientifica. Sono state infatti osservate correlazioni tra numerose patologie rilevanti e disfunzioni a livello del microbioma intestinale. Per citarne solo alcune, parliamo di obesitàmalattie autoimmuni, e in maniera più inaspettata addirittura disturbi della psiche come depressione e schizofrenia (tramite il cosìdetto gut-brain axis). L’intestino non è l’unica area del nostro corpo ad essere ampiamente colonizzata da microrganismi: pelle, cavità orale e genitali ospitano infatti comunità microbiche estremamente variabili e caratteristiche. Le attività metaboliche condotte da questi commensali non sono trascurabili, e costituiscono spesso un’importante aiuto della sintesi di alcuni metaboliti necessari al nostro corpo.

Un’altro recente studio condotto dal CAPRISA (Centre for the AIDS Program of Research in South Africa) ha però evidenziato come alcune comunità batteriche siano in grado di contrastare le misure preventive contro HIV. Strategie basate su antiretrovirali dimostrato una buona efficacia nella prevenzione di trasmissioni da uomo a uomo, ma sorprendentemente sembrano essere poco affidabili se utilizzati su soggetti femminili.  In particolare il tenofovir, un analogo di nucleotide in grado di inibire il processo di trascrizione inversa, è utilizzato sia nella prevenzione che nel trattamento di questo virus. Il composto è attualmente sperimentato sotto forma di gel da applicare prima di rapporti sessuali a rischio, generando risultati variabili.

 

Per indagare questo fenomeno, il gruppo di ricerca guidato da Adam Burgener ha utilizzato una serie di approcci innovativi, integrando dati provenienti da metagenomica, metatrascrittomica e metaproteomica. Il suffisso “meta” indica un’analisi d’insieme che viene realizzata su un’intera comunità microbica: è stato quindi possibile suddividere le pazienti della coorte in base alla composizione del loro microbiota vaginale.

La prima stratificazione ha evidenziato 2 macro categorie: microbiota lactobacillo dominante (LD) e non lactobacillo dominante (non-LD). Nel secondo caso la specie più abbondante risulta essere G. vaginalis, seguita da Pevotella e Pseudomonas. Ciò che è particolarmente interessante però, e come l’effetto del farmaco preventivo varia in questi due gruppi.

Nel caso di comunità microbiche lactobacillo dominanti, il trattamento contrasta la possibilità di infezione in maniera 3 volte più efficacie. Ad un’analisi più approfondita è quindi risultato che le concentrazioni di tenofovir fossero più basse nei soggetti non-LD. Utilizzando quindi una coltura cellulare di G. vaginalis, i ricercatori hanno osservato come il farmaco viene metabolizzato ad una velocità del 50% maggiore rispetto ad un controllo con altre specie commensali. Questa specie è dunque in grado di processare molto velocemente l’antivirale, lasciandone una quantità insufficiente per prevenire un’eventuale infezione.

Per verificare questa ipotesi, sono state realizzate delle colture in cui linfociti T (Jurkat cells) sono state trattate con tenofovir in presenza di G. vaginalis. Rispetto ai controlli realizzati, è stato possibile notare come questa comunità batterica assorba il farmaco più velocemente rispetto alle cellule immunitarie, lasciandole quindi “scoperte”.

Questo studio evidenzia come sia necessario caratterizzare al meglio il microbioma vaginale, e adattare quindi le direttive sull’utilizzo del farmaco in questione. Rimangono molti quesiti non risolti, il microbioma potrebbe infatti avere molteplici ruoli nel regolare il pH, il livello infiammatorio e le capacità rigenerative delle mucose coinvolte.

COCLUSIONE

Non è da escludere che i nostri commensali possano influenzare l’effetto di altri farmaci, nonché la predisposizione a diverse infezioni: rimane ancora molto da scoprire sui nostri ospiti.

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Articolo by Diana Yedid
Leggi il CV: https://www.cam.tv/dianayedid

 Fonte principale : Impact of HIV on the human gut microbiota: Challenges and perspectives https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2452231716300173

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